Occhio critico – Introduzione

Oramai è passato un po’ di tempo da quando ho cominciato ad interessarmi di giochi da tavolo, e sono guarito dalle sue due più terribili affezioni: l’acquisto compulsivo e l’occhio di Peter Pan.

Guarire dall’acquisto compulsivo è facile: quando capisci di esserti ridotto come i contadini di Agricola, ovvero con la psicosi di non riuscire a mangiare nella fase di raccolto (= fine mese) capisci pure che è il caso di comprare più pane e formaggio e meno dadi, token e meeples.
Guarire dall’occhio di Peter Pan non è invece così scontato ed è collegato all’aspirazione di diventare un “esperto” o, perlomeno, un conoscitore del campo che ti appassiona.
Nel caso dei giochi da tavolo la summenzionata aspirazione è la punta di uno spillo: l’idea di un passo falso ti fa piombare dalla cima della conoscenza al baratro del grottesco, dove i tuoi estimatori non sanno se ridere delle boiate che dici o piangere all’idea che sei convinto di quanto appena asserito.

La frase “Mi piace perché…” è il punto di volta che divide l’appassionato dall’esperto.

“K2 mi è piaciuto perché mi ricorda quando ero da solo in cima al Pizzo Molare in novembre”.
E’ un appassionato di montagna che parla, ricorda le sue emozioni, se ne frega delle meccaniche, del downtime, dell’alea e di tutti i paroloni con cui gli esperti si riempiono la bocca (attenzione! Al momento non ho ancora detto di NON essere un esperto…).

“K2 mi piace perché devo riuscire ad adattare la mia strategia alle mutevoli condizioni delle mie pedine sulla plancia”.
Cominciamo a sfiorare il gusto del gioco (pochi di noi sono alpinisti himalayani, e quei pochi di solito o non giocano a K2 o non leggono questo blog). K2 ha un meccanismo che obbliga alla speculazione di cosa poter fare. L’assertore della frase non sa come funziona, ma gli piace; siamo ancora nell’ambito delle sensazioni, ma qui sono le sensazioni che dà il gioco, non l’esperienza al di fuori del gioco.

“K2 mi piace perché, partendo fondamentalmente dal gioco dell’oca è riuscito ad introdurre la variabile “sforzo” tramite delle carte pescate alla cieca che permettono il movimento e la variabile “meteo” data da delle plance scelte a caso su un percorso che graficamente rappresenta il raggiungimento di una vetta. Queste meccaniche ben si sposano con l’ambiente della montagna, mai prevedibile”.
Cosa ho letto? Ho letto di un gioco che ricorda la montagna, in cui devo spostare delle pedine su un tracciato grazie a delle carte e delle plance che non sono determinate in precedenza ma vengono scoperte a caso e so che l’aleatorietà è un punto molto presente in questo gioco. Ho quindi praticamente tutti gli elementi per poter decidere se continuare ad informarmi o se cercare qualcos’altro.

Tutto questo per dire cosa?
Per dire che oramai non è più tutto oro quello che luccica ai miei occhi. Che vi sono anche giochi brutti e noiosi (per me), ma che devo, se voglio essere un esperto e non un pagliaccio, saper scindere le mie esperienze e le mie sensazioni da quello che il gioco è in realtà.
E non devo gridare al miracolo solo perché tutti gridano al miracolo a seguito della moda, o gridare schifo quando tutti gridano miracolo perché fa più connaisseur da salotto mondano.
E a volte è meglio non gridare.

Il primo gioco di cui ho osservato le “grida” è stato Quoridor, non so le recensioni, ma i miei commenti sì che son scritti di getto.

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